martedì 20 giugno 2017

RIFLESSIONE SULL'INVIDIA

Io credo che l'invidia sia un sentimento che spesso viene confuso.

Mi spiego meglio. A mio avviso esistono, per così dire, due tipologie di invidia: quella positiva, intesa come sinonimo di ammirazione e quella negativa, intesa come sinonimo di "rabbia".

Faccio un esempio. Marco è un ragazzo di 18 anni che milita in una modesta squadra di calcio di provincia. Egli, oltre ad essere un giocatore (un attaccante, per la precisione) dotato di gran talento, è anche assai diligente: agli allenamenti è sempre il primo ad arrivare e l'ultimo ad andare via, raramente ne salta uno e in partita dà sempre l'anima per i propri compagni. Insomma, Marco costituisce per il mister e per la squadra intera un vero e proprio esempio: per questo motivo è stato nominato anche capitano. Un bel giorno a Marco arriva la chiamata di una grande squadra, intenzionata a fargli fare un provino perché entusiasta dopo averlo visto giocare: il coronamento di un sogno. Arrivati a questo punto, cari lettori, fermiamoci un attimo. Secondo voi i compagni di Marco, vedendo che egli sta per l'appunto realizzando il suo sogno, cosa provano in questo caso? A mio avviso e senza ombra di dubbio loro saranno sì invidiosi, ma si tratta di quell'invidia intesa come sinonimo di ammirazione. Di quell'invidia che porta loro, da un lato a pensare: "Caspita, Marco è stato chiamato da una grande squadra, ma comunque se lo è meritato!"; dall'altro ad allenarsi sempre di più per far sì che, un giorno, anche loro possano essere chiamati da un'importante società.

Supponiamo invece che Marco sia completamente l'opposto di quanto appena detto: un attaccante sì bravo, ma assai lavativo e presuntuoso: agli allenamenti non va quasi mai e, quando vi si presenta, si mostra svogliato ed indisponente; in più, quando quelle poche volte gli capita di giocare, pensa a far tutto da solo ignorando i propri compagni. Un bel giorno Marco viene chiamato da una grande squadra, ma non per le qualità mostrate in campo bensì grazie al "contributo" del suo procuratore: è inutile negarlo, nel calcio succedono anche cose così. Bene. In questo caso invece, secondo voi, cosa penserebbero i compagni di Marco per il fatto che è stato contattato da una grande società? Loro, secondo me, anche qui saranno sicuramente invidiosi, ma si tratta di quell'invidia che li porta ad essere assai arrabbiati e delusi perché sanno che, in fondo, Marco non meritava manco lontanamente quella chiamata. Quell'invidia, quella rabbia che potrebbe addirittura portar alcuni di loro a pensare: "Basta, mollo tutto! Tanto s'è capito che qui va avanti solo chi ha gli agganci giusti e non i più meritevoli".

Io ho scelto il campo calcistico, ma esempi del genere possono essere fatti prendendo in considerazione qualsiasi altro ambito: scolastico, lavorativo, ecc.

Ora, l'invidia intesa come sinonimo di rabbia è indubbiamente assai dannosa: ci si farebbe solo il sangue amaro e, soprattutto, si rischierebbe di passare più tempo a chiedersi come mai certe persone vadano avanti piuttosto che a concentrarsi e ad impegnarsi per l'obiettivo che si intende raggiungere.

Per questo motivo, secondo me, in situazioni del genere bisogna pensare solo ed esclusivamente a se stessi e ad impegnarsi a dovere, non curandosi quindi di chi riesce a raggiungere i propri scopi per lo più grazie alla furbizia e alle scorciatoie.

Mi rendo conto che ciò è semplice a dirsi, è a farsi che è maledettamente complicato. Tuttavia, io sono convinto che, come dice sempre la mia mamma, "Ai furbetti può andare bene una volta, due volte, forse pure tre volte, ma prima o poi a queste persone viene presentato il conto". E sono convinto anche del fatto che, alla lunga, chi si è sempre impegnato e non ha mai mollato riuscirà ad emergere e a realizzare, finalmente, i propri sogni.